Un momento del laboratorio di movimento somatico “Il gruppo”, Spazio Lambrate, Milano, novembre 2019 (foto di Chiara Beretta)

Dove siete? Io sono qui

Silvia Sfligiotti
7 min readJan 4, 2021

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Appunti per la ricerca di una «posizione» etica nel design

Questo testo nasce da una lettera agli studenti del Biennio in Comunicazione e design per l’editoria all’ISIA Urbino, scritta come materiale di partenza per una discussione su etica e responsabilità sociale al termine del mio corso di Cultura della grafica e del design, il 12 giugno 2020. Si conclude con una serie di domande che ho proposto, a cui alcun* partecipanti hanno risposto con altre domande.

Janwillem Schrofer, ex direttore della Rijksakademie di Amsterdam, nel suo libro Plan and Play, Play and Plan: Defining Your Art Practice, pone fin dall’inizio una domanda: «Where do I stand, and what do I stand for?», che si potrebbe tradurre all’incirca con «Dove mi colloco e quali principi sostengo?». Il libro è pensato soprattutto per artiste e artisti, ma sono convinta che la domanda valga anche per chi lavora come designer. È una domanda che può dare origine a una costellazione di altre domande, che proverò a porre a voi e a me stessa qui sotto.

Schrofer usa anche il termine «positioning», nel senso di «finding a place for yourself, establishing what position or positions you want to take up, what role do you want, and for whom. It means taking control and not leaving your positioning to others.» L’uso della parola «posizionamento» nell’ambito del marketing mi ha resa un po’ allergica al termine, preferisco quindi parlare di «prendere posizione». È diverso da «stare», più vicino a «to stand for». È un passo verso il luogo reale o metaforico in cui, in questo momento, voglio essere, e da cui voglio agire.

Il concetto di «stare», «avere una posizione» o una «postura», andrebbe comunque rivisto, superando l’idea statica dello stare «dritti» — moralmente o fisicamente — e accettando che la stasi pura non esiste, e di conseguenza neanche dei principi etici inalterabili. Steve Paxton, figura chiave della danza postmoderna statunitense, ha descritto questo stare come una Small Dance, la piccola danza che il nostro corpo fa costantemente per stare in piedi, dialogando con la gravità, con il terreno e con le condizioni fisiche esterne ed interne; una danza invisibile dall’esterno ma non per questo meno viva e presente. Riportata su un piano etico, questa danza per me indica come sia necessario sottoporre a una costante verifica i nostri principi e le condizioni in cui ci troviamo, il metaforico terreno su cui i nostri piedi sono appoggiati, e decidere come vogliamo rispondere al variare di queste condizioni: a volte sarà una risposta più rapida, a volte sarà necessario un tempo più lungo e un silenzio prima di poter dire o fare qualcosa.

Riprendendo un concetto usato da Ann Cooper Albright, autrice di How to Land, Finding Ground in an Unstable World, un libro che trovo essenziale per vivere in questi tempi, la mia proposta è di provare ad essere responsive e non reactive: questo sarà più facile se nel tempo avremo sviluppato una forma di consapevolezza in cui le nostre conoscenze non sono solo informazioni, ma strumenti che ci sono accessibili, che ci danno il potere di scegliere e di agire.

Per me questo ha a che fare con l’essere persona e cittadina prima ancora che designer di professione e docente, perché è inevitabile prendere atto che «there is a deep interconnectedness between how we think about the world and how we move through it» (Albright). In campo progettuale significa coltivare un’idea di design che non prevede metodi immutabili e risposte pronte, ma che si fonda sull’ascolto delle situazioni in cui si opera e sulla relazione con le persone che le vivono.

Nella Contact improvisation e in altre forme di movimento somatico il verbo“ascoltare” viene usato in un’accezione estesa, a indicare una ricettività allargata nei confronti di ciò che esiste e avviene intorno a noi — un’attenzione che ci permettere di raccogliere stimoli tattili, uditivi, propriocettivi, visivi, olfattivi dai quali nascerà la nostra azione; ciò che faremo sarà quindi una risposta alle condizioni date da quella particolare combinazione di relazioni, momento e luogo, in base alle nostre capacità e consapevolezza, e non un gesto tratto da un catalogo predefinito. Credo non sia difficile, almeno idealmente, trasportare questo concetto nel campo del design. Metterlo in pratica richiederà tempo e, appunto, ascolto.

Mi è sembrato necessario dirvi dove mi trovo io ora prima di chiedervi di fare lo stesso nel nostro prossimo incontro. Tornando sul terreno che condividiamo, quello del progettare la comunicazione, e dei contesti in cui lo facciamo, ci sono alcune domande che vi propongo. Scegliete quelle che in qualche modo risuonano con i vostri pensieri attuali: non dovete necessariamente arrivare con una risposta conclusa, anzi, le considerazioni aperte e i dubbi sono altrettanto benvenuti. Anche quelle che nascono da domande che non vi ho fatto. Grazie.

le mie domande

«Dove mi colloco e quali principi sostengo?»

Studiare è lavorare? che nome voglio dare a quello che faccio?

In quali modi quello che faccio ha una valenza politica? Qual è il rapporto tra la mia posizione politica e ciò che faccio per vivere?

Verso chi e cosa ho delle responsabilità? e di che tipo?

Che tipo di relazioni stabilisco, e con chi? con cosa? che qualità hanno queste relazioni? quanto posso indirizzarle, determinarle?

Quali rapporti di potere esistono nel nostro lavoro? potere decisionale, economico, politico? chi esercita queste forme di potere? che potere ho, e come lo uso?

Come contribuisce il mio lavoro all’ecosistema (inteso in senso ampio) in cui viviamo? in che misura posso portare dei cambiamenti?

Il nostro modo di lavorare è sostenibile? lo è per noi? per gli altri? come definisco la sostenibilità? quali fattori la influenzano?

Quale spazio di autonomia esiste nel nostro lavoro? voglio che ce ne sia di più? autonomia rispetto a cosa?

Sento di essere più portata all’azione individuale o a quella collettiva?

Quali sono i miei desideri e le mie aspirazioni? che spazio trovano rispetto alle richieste che ricevo da altri?

quali sono le vostre domande?

Nel panorama contemporaneo, denso di competizione, come faccio a distinguermi per quello che faccio? Ha più senso sviluppare dei progetti sul gusto e con un’estetica personale che applico a tutto o mettere in primo piano la funzionalità dell’elaborato che devo presentare? Come farlo nel migliore dei modi? (Rachele Stagni)

Quanto effettivamente ci importa che il nostro lavoro venga compreso dagli altri? In particolare, dalle persone al di fuori del settore, con un background differente da chi ha studiato/lavorato/è a contatto con il mondo delle arti e del design. (Rachele Stagni)

Quanto è, alla fine dei conti, eticamente corretta l’appropriazione e la manipolazione di un artefatto per comunicare qualcosa di differente dal messaggio di partenza? (Rachele Stagni)

Quanto, nel momento in cui utilizziamo un archivio per la nostra pratica, ci poniamo in un ruolo politico e decisionale? Quanto è etico utilizzare materiale d’archivio? Nel posizionamento geografico e la traslazione da un luogo ad un altro di materiale culturalmente molto importante, si riesce a mantenere i paradigmi iniziali? (Rachele Stagni)

L’arte può uscire relativamente facilmente dai ranghi del politicamente corretto o comunque può permettersi di provocare e di trattare argomenti scomodi. Il “designer professionista” può permettersi di sfruttare i mezzi della sua professione per una comunicazione provocatoria?

È possibile dare più autonomia al piccolo designer in modo da non relegarlo al ruolo tramite cliente/pubblico? Il designer può produrre senza committenti? Può comunicare in autonomia? > riconoscimento?

Qual è il limite tra una produzione professionale e una più artistica/espressiva?

È il cliente a fare il successo del lavoro o è la qualità del lavoro stesso?

In un contesto in cui “everybody designs” come far capire, a chi non è del settore e/o a un ipotetico committente, l’importanza di avere un background culturale? (Lucrezia Caon)

Nel mondo del lavoro, sommersi da ritmi e spazi di riflessione totalmente diversi da quelli attuali di studenti, penseremo al ruolo etico della nostra professione? Il contesto socio economico in cui viviamo ci mette nelle condizioni di poterlo fare? (Lucrezia Caon)

Sta a noi educare la società ad una cultura visiva? Se si come potremmo farlo? (Erica Rossi)

Un altro motivo per il quale esiste una carenza di riconoscibilità nella figura del grafico potrebbe essere la mancanza di tutela concreta “dall’alto”, non disponendo dell’iscrizione ad un albo professionale. Forse è un ruolo che potrebbe spettare ad un’associazione come l’Aiap? Oppure potrebbe servire un sistema di tutela per questa figura lavorativa? (Erica Rossi)

Quali sono gli obblighi morali di un graphic designer? (Diletta Comini)

In seguito agli avvenimenti in America conseguenti all’uccisione di George Floyd, AIGA NY pubblica su twitter un post che recita: “Don’t make a poster. Donate & educate” a cui è allegato il commento:”In situations of injustice, like the one we are currently facing, our first inclination is to design something. But before that, it’s important to identify the work that really needs to be done to understand how to use our skills most effectively.”
Invitare una comunità di grafici a non produrre materiale visivo è privazione della libertà di parola? La grafica non è forse il nostro linguaggio, la nostra forma di comunicazione? (Sofia Salvatori)

Hanno partecipato al corso 2019–2020: Maddalena Bellin, Michele Biondi, Rachele Bozzato, Antonio Calandra, Lucrezia Caon, Diletta Comini, Giulia Del Zotto, Benedetta Ettorre, Tobia Faiman, Luca Ferrigni, Michelangelo Greco, Olivia Lynk, Susanna Lupi, Fabio Maragno, Veronica Paoli, Sara Papa, Celeste Quercia, Erica Rossi, Sofia Salvatori, Rachele Stagni, Federico Trevisan, Chiara Alexandra Young, Gazmend Zeneli.

Il corso si è tenuto interamente online e ha utilizzato dei documenti di testo condivisi come spazio di lavoro.

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Silvia Sfligiotti

Works in visual communication as graphic designer, educator, independent researcher and critic. https://silviasfligiotti.it